Le persone con più di 65 anni condividono molte più notizie false dei giovani. Tendono a pubblicarne fino a 7 volte in più, almeno secondo una ricerca condotta negli Stati Uniti sulle presidenziali del 2016

Secondo una ricerca condotta presso la Princeton University e la New York University (Stati Uniti) le persone con più di 65 anni tendono a condividere fino a 7 volte più notizie false rispetto ai giovani, contribuendo alla diffusione di informazioni sbagliate spesso pubblicate a fini politici e di propaganda. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Science Advances e sta facendo molto discutere, soprattutto perché s’inserisce nell’ampio dibattito sulle cosiddette “fake news”.

La ricerca è stata condotta esaminando le attività di migliaia di utenti prima e dopo le elezioni del 2016 negli Stati Uniti. In collaborazione con YouGov, i ricercatori hanno messo insieme un panel di 3.500 persone, che comprendeva sia iscritti a Facebook sia persone senza un profilo sul social network, usate come gruppo di controllo.

Dopo le elezioni, è stato chiesto agli utenti di Facebook del panel di installare un’applicazione, che consentiva ai ricercatori di raccogliere informazioni sui post che avevano pubblicato, i loro orientamenti politici e religiosi, il genere, l’età e le pagine seguite su Facebook. Circa la metà dei partecipanti iscritti a Facebook ha installato l’app per condividere le informazioni dal suo profilo con i ricercatori.

Una volta raccolti i dati, gli autori della ricerca hanno confrontato i link pubblicati nei profili dagli utenti con una lista di siti noti per diffondere notizie false, in molti casi proprio allo scopo di favorire Donald Trump a scapito di Hillary Clinton, nel 2016 candidata alla presidenza degli Stati Uniti per i Democratici.

In generale, la condivisione di notizie false ha avuto volumi piuttosto bassi, se confrontata con altre attività svolte sul social network. Solamente l’8,5 per cento degli utenti ha condiviso almeno un link verso un sito che pubblica notizie false. Tra gli utenti Repubblicani, il 18 per cento ha pubblicato link di quel tipo, contro meno del 4 per cento tra i Democratici. La netta differenza è dovuta al fatto che buona parte delle notizie false diffuse nel 2016 era in primo luogo indirizzata verso i conservatori, soprattutto per indurre gli indecisi a votare comunque per Trump.

Studiando i dati, i ricercatori si sono poi accorti di una sensibile differenza tra gli utenti più anziani e quelli giovani su Facebook. L’11 per cento delle persone con più di 65 anni ha diffuso almeno una bufala, contro il 3 per cento delle persone comprese nel gruppo di età tra i 18 e i 29 anni. Se si guarda alla frequenza nella condivisione di notizie false, gli over 65 sono arrivati a pubblicarne fino a 7 volte di più rispetto al gruppo 18-29 anni. Le persone con età tra 45 e 65 anni hanno contribuito a postare notizie false, ma rispetto a loro gli over 65 ne hanno pubblicate il doppio.

I ricercatori si sono limitati a esporre i dati, mentre non hanno fornito particolari valutazioni e conclusioni sul perché le persone più anziane tendano a credere e a diffondere notizie false. Ipotizzano però che una causa possano essere le minori capacità cognitive dovute all’invecchiamento. Un’altra ipotesi è che le persone più anziane abbiano meno dimestichezza con le cose del Web, e siano quindi più esposte ai siti che diffondono disinformazione e pubblicano imbrogli. I più giovani, benché non sempre molto competenti su dove sia meglio informarsi, tendono a farsi qualche domanda in più quando vedono un link verso un sito sconosciuto e potenzialmente meno affidabile di altri.

La scarsa competenza su come funziona Internet è probabilmente la causa principale, ma è molto difficile valutare quanto una persona sia preparata, anche a prescindere dalla sua età. I risultati della ricerca dimostrano comunque che non c’è solamente la responsabilità degli utenti: molte informazioni false nel 2016 sono circolate, e continuano a circolare, proprio per come sono fatti i social network e per come funzionano.

Facebook, per esempio, mostra le anteprime dei link nello stesso modo, sia che si tratti di una fonte affidabile come un grande giornale internazionale, sia nel caso di un sito piccolo e che fa disinformazione. Negli ultimi due anni, e dopo numerose accuse e polemiche sul suo ruolo nel diffondere notizie false, Facebook ha provato ad attenuare il problema, aggiungendo per esempio schede informative sui siti affidabili, in modo da renderli distinguibili più facilmente. Ha anche adottato sistemi per evitare che le bufale circolino troppo, seppure con qualche errore e inefficienza.

La ricerca ha analizzato le azioni compiute direttamente dagli utenti, come pubblicare un link nel proprio profilo, ma non ha potuto ottenere altre informazioni rilevanti a causa dei limiti che impone Facebook alle attività di ricerca di questo tipo (da tempo i ricercatori chiedono di potere accedere a più informazioni e dati, in forma aggregata e senza violare la privacy degli utenti).

Non è per esempio noto quanto siano circolati i post con notizie false nella sezione Notizie degli amici degli utenti che li hanno condivisi, un fattore importante considerato che in molti casi ci si fa un’idea su una notizia semplicemente vedendo la sua anteprima, senza cliccarci sopra per andare a leggere l’articolo e approfondire.

In più occasioni i dirigenti di Facebook hanno annunciato di volere aprire di più il loro social network ai ricercatori, in modo da rendere possibili analisi più approfondite. In questo modo si potrebbero ottenere studi più precisi sull’effettiva diffusione delle notizie false e il ruolo che ricoprono varie fasce della popolazione, in base alla loro età, al genere e al livello di istruzione.

Lo studio identifica comunque un problema nel gruppo degli over 65 sul quale Facebook potrebbe concentrarsi. È un numero relativamente ristretto di persone, rispetto alla totalità di iscritti al social network, quindi potrebbe essere adatto per trovare soluzioni mirate per disincentivare la diffusione di notizie false.